Lo scorso sabato 14 aprile 2018 il sottosuolo di Napoli ha aperto un’altra delle sue misteriose porte e ha condotto, tutor e ragazzi del “Laboratorio outdoor” del Progetto ACT-Lab 2.0 (Artigianato, Creatività e Tradizioni), ad AcquaQuiglia, il favoloso regno sotterraneo del signor Vincenzo Galiero (l’originale denominazione significa letteralmente ‘acqua della conchiglia’, ovvero fonte di acqua, ed è un omaggio a una fontana del Cinquecento a forma di conchiglia che un tempo si trovava in piazza Santa Maria La Nova nel Centro storico di Napoli).

Di professione fabbro, Vincenzo discende da una famiglia di baccalaiuoli ed alcuni anni fa si è ritrovato proprietario del basso, in via Fontanelle, dove i suoi avi hanno vissuto e svolto, per decenni, il loro lavoro a contatto con l’acqua. L’acqua con la quale pulire e lavorare il pesce bianco e saporito che ancora oggi è principe delle nostre tavole, interprete eccelso della nostra splendida tradizione culinaria: il merluzzo, ancora meglio baccalà, se messo sotto sale; stocco, o stoccafisso, se essiccato all’aria. Una lavorazione, che fino a poche generazioni fa, ha regalato ricchezza a questo quartiere dal quale i laboratori artigiani (anche quelli di pellami, da cui uscivano le calzature più comode e belle e i guanti più pregiati, sembrano ormai del tutto scomparsi).

Il quartiere delle Fontanelle (adiacente al Rione Sanità), che abbiamo attraversato per arrivare da Vincenzo, si snoda intorno ad una via che ha l’andamento lento e sinuoso del letto di un fiume – o di un torrentello, piuttosto – che dalle alte colline di Napoli, scorreva giù lungo le pareti scoscese fino ad arrivare qui e proseguiva per via Foria passando dai Vergini. Di acqua alle Fontanelle ce n’era tanta ed anche ora –  ha fatto notare il papà di Luca (uno dei ragazzi che partecipano ai percorsi) – se camminando restiamo in silenzio,  la sentiamo gorgogliare, mentre passa sotto la strada. Altrimenti perché chiamare questa zona “Fontenelle”? – Abbiamo osservato.

Ma il posto è famoso anche per un altro motivo: Il tufo, la pietra gialla porosa, facile da lavorare ma resistente con cui è stata costruita Napoli. Mischiata alla malta di sabbia Pozzolana, ha fatto di questa città la prima New York dell’era moderna: con palazzi altissimi che sembrava, all’epoca, volessero sfidare il cielo… e i terremoti. Ancora oggi lungo via Fontanelle e sulle strade limitrofe si aprono come antri scuri le cave di tufo da cui escono prepotenti i freschi e profumati aliti della terra. Passarci davanti è piacevole, soprattutto l’estate, quando il caldo asfissiante ed umido ti stringe in una morsa. La cava più importante, grande e suggestiva è quella che ospita il famoso cimitero delle Fontanelle.

Per le cave, per la presenza di terreni, giardini e zone incolte e per il ritmo più lento che ha la vita qui, anche se a pochi passi dalla roboante Piazza San Vincenzo, alle Fontanelle ti sembra quasi di essere in campagna.

Vincenzo ha dunque ereditato il basso, e gli annessi ambienti sotterranei con le vasche e tutto, in una delle zone, oggi, più povere della città. Già da piccolo aveva sentito dire che quei sotterranei erano in realtà due antiche cisterne, ed erano visibili in effetti già allora i canali che si aprivano verso l’alto e che costituivano le pareti dei pozzi sovrastanti. Alcuni anni fa ha, quindi, deciso di ripristinare quegli ambienti e di provare a svuotarne altri tre, di cui la tradizione della sua famiglia aveva tramandato la memoria. Oggi sono visibili, grazie alla passione e alla caparbia di Vincenzo, cinque pozzi collegati tra loro, scavati di scalpello nel tufo tenero e rivestiti in basso di coccio pesto, come già i greci e poi i romani usavano fare.

Il posto è molto suggestivo ed appare come un piccolo e curato museo del sottosuolo. Accanto ai materiali rinvenuti, di epoche diverse – vetri, maioliche, bottiglie (le cui forme si evolvono al passo coi tempi), ma anche un paio di elmetti della seconda guerra mondiale – che costituiscono una vera e propria stratigrafia con pezzi che vanno dal XVII secolo ai giorni nostri, Vincenzo ha sistemato la sua splendida collezione di maioliche di cui è un discreto intenditore. Libri e antichi cimeli rendono il sito di AcquaQuiglia ancora più accogliente, donandogli il sapore di un museo delle meraviglie, come si usava più di un secolo fa, quando ancora tanta importanza rivestiva lo stupore. Di moderno c’è invece un bel programma di eventi e spettacoli teatrali e musicali ai quali invitiamo a partecipare.

Accanto allo sguardo meravigliato dei ragazzi, quando hanno scoperto che i segni che hanno visto alle pareti sono proprio quelli degli scalpelli e quanti preziosi tesori e leggende nasconde il sottosuolo, resta impressa la passione di un uomo per la sua storia e quella dei luoghi dove da sempre la sua famiglia vive.

Grazie Vincenzo, ci auguriamo siano in tanti a venirti a trovare, in via Fontanelle 106 e a lasciarsi incantare dai tuoi entusiasti racconti.

Roberta De Gregorio (storyteller di ACT LAB – PROGETTO FINANZIATO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE)