IL LABORATORIO DI ARTIGIANATO, CREATIVITA’ E TRADIZIONI (ACT LAB 2.0) AL CARNEVALE DI SCAMPIA

A Napoli, come molte città e paesi d’Italia e del mondo, il Carnevale si è sempre festeggiato per le strade ed ha una tradizione legata al popolo che, proprio per questo, è caduta nell’oblio per molto tempo, oscurata dalla maggiore attenzione riposta alle feste dei nobili (le cacce, i veglioni …) e a quelle ecclesiastiche. In omaggio al mondo popolare, Napoli in Vita si è unita, domenica scorsa, allo storico CORTEO DI SCAMPIA, facendo rivivere i personaggi della tradizione che hanno sfilato insieme al Delirio Creativo, cantando serenate sotto le case del quartiere, solitamente considerato una periferia, che ogni anno, per l’occasione, diventa l’anti – centro carnevalesco pulsante, urlante, cantante, bevente e mangiante della città.

Vogliamo ricordare le maschere che abbiamo deciso di portare una ad una, per non dimenticarci di questi nostri bislacchi parenti e dare loro, ancora una volta, la voce.

Oltre alla tradizionale maschera di PULCINELLA, impersonata da Antonio, che ha per noi ballato, cantato e suonato il tamburello, lungo tutto il percorso, apre il corteo, più rappresentativa di tutte, la Vecchia del Carnevale. Maschera doppia raffigura una vecchia grinzosa ma dal seno procace, che porta in groppa Pulcinella. E’fatta vivere da un solo interprete che deve combinare l’andamento lento e pesante della vecchia nelle gambe e, nelle braccia, il guizzo ballerino di pulcinella che si muove a ritmo di nacchere e che di continuo schiaffeggia e schernisce l’anziana. Capro espiatorio di tutti i mali patiti dal popolo e simbolo di rinnovamento per il fatto stesso di rappresentare il vecchio maltrattato dal nuovo che si afferma, è una delle maschere carnevalesche più amate dai napoletani.

Segue Luigi, l nostro presidente che, devoto alle sue origini silane, ha voluto impersonare la parte del DON NICOLA, parodia dell’uomo di legge; maschera che soprattutto nel Settecento, ha avuto forti connotazioni calabresi, rappresentando anche lo studente calabrese di legge, un po’ arrogante ed irascibile, soprattutto dall’ incomprensibile ed esilarante dialetto.

La ZEZA, di origine seicentesca, era una scenetta carnevalesca cantata al suono del trombone, rappresentata, in occasione del Carnevale nei cortili, nelle piazze e nelle strade. Zeza, fidanzata a Don Nicola, incontra la riluttanza di Pulcinella, suo padre, a potersi sposare. Rappresentazione in chiave grottesca della vita familiare, la Zeza è stata più volte vietata nel corso dell’Ottocento, per il gergo volgare e le l’oscenità cui dava luogo la sua rappresentazione.

Il SARRACINO, impersonato da Mario, fa riferimento ad un altro importante momento del Carnevale napoletano: il BALLO DEI TURCHI. Ad essere messo in scena, questa volta è un fatto di sangue: l’ amore per una donna conteso tra il sultano suo marito e un generale cristiano a cui la donna ha dato un figlio. La scena finisce con la morte del bambino tra lo sgomento dei presenti e le lacrime della madre, ed il finale festoso con il ritorno in vita dell’infante dovuto all’intervento pacificatore e miracoloso della Vecchia del Carnevale con Pulcinella in groppa.

Conclude la nostra parata, Roberta con una maschera dedicata alla MORTE ‘E PULCINELLA, una scena legata più alla tradizione delle Guarattelle che a quella del Carnevale vero e proprio. Il riferimento va in particolare alla storia raccontata dal maestro Bruno Leone che vede la Morte in una lotta all’ultimo sangue con Pulcinella a suon di risa, legnate e ganascioni, in cui inutile a dirlo, è sempre Pulcinella ad avere la meglio. Anche quest’anno, oggi, martedì grasso, aspettiamo la morte di Carnevale. Il corteo lo accompagna attraverso le strade, incontro alla sua inesorabile fine. Quanto ha mangiato, bevuto, riso, scherzato, con la sua pancia gonfia, le gote rubiconde, il sorriso beffardo e forse, ora un po’ malinconico.
Il rogo lo aspetta a segnare la fine di questo festoso e godereccio periodo e l’inizio della Quaresima dalla quale è bandita la carne, il lusso e tutti i vizi, in religiosa attesa che il Gesù risorga e con lui le nostre speranze.
Mentre anche noi aspettiamo speranzosi che la lasagna sia pronta nel forno caldo, esageratamente piena di tutte le cose più buone … le uova, la ricotta, la provola le polpette di carne, il ragù fatto con il maiale, secondo la ricetta napoletana, approfittiamo per ricordare l’importanza di questa festa, la cui tradizione cristiana si perde indietro nei secoli.
Una festa popolare, la più popolare di tutte, proprio perché in questo periodo, da sempre, è permesso al mondo di andare alla rovescia, forse, per un giorno, nel modo che sarebbe più giusto.

Roberta De Gregorio
(storyteller di ACT LAB – PROGETTO FINANZIATO CON I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA VALDESE)

By |2018-02-18T22:01:32+00:00febbraio 18th, 2018|News|0 Commenti

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